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La ricerca

 

Impegnato in lunghi anni di analisi e di supervisione con Marcelle Spira, allieva a Buenos Aires di Pichon Rivière e a Ginevra di Melanie Klein (1), da una quindicina d’anni, per facilitare la costruzione dei processi psichici, ho introdotto nella mia attività clinica, sia nella fase di osservazione che nel lavoro terapeutico, l’uso in seduta dello scarabocchio. (2) L’esperienza acquisita e i risultati ottenuti mi permettono di avanzare l’ipotesi che attraverso lo scarabocchio sia possibile accedere, come nel sogno, alla cosiddetta memoria  implicita o procedurale e costruire con il paziente, come direbbe Sander, significativi momenti di incontro. (3)

Cominciai ad avviarmi alla conoscenza  e all’uso  dello scarabocchio all’inizio degli anni ’80,  all’interno dei  seminari di supervisione con Marcelle Spira. Fu infatti questa nostra eclettica maestra a portarci a conoscere le potenzialità dell’uso dello scarabocchio che lei stessa  aveva appreso a Buenos Aires, nei gruppi condotti da Pichon Riviere. Suggerito da un artista delle avanguardie argentine, all’inizio veniva usato come un gioco; presto tuttavia divenne un veicolo  per esprimere l’immagine inconscia del proprio sè corporeo. E’ inutile ricordare come anche Winnicott ne abbia fatto un uso principe nel trattamento di bambini in difficoltà.

Il mio utilizzo dello scarabocchio è diverso dall’uso che ne faceva Winnicott che interagiva direttamente col bambino, tracciando con lui, a turno, segni sul foglio per costruire insieme uno scarabocchio. Ho peraltro parzialmente modificato anche il metodo imparato da M. Spira. Il metodo acquisito da M. Spira prevedeva la consegna al paziente di chiudere gli occhi e di lasciare la mano libera di seguire qualsiasi linea, qualsiasi tratto scarabocchiato e improvvisato. Successivamente il paziente doveva ritrascrivere su un secondo foglio un elemento dello scarabocchio laddove vedeva una figura di senso compiuto. Io ho lasciato inalterata la prima parte della consegna - tratto libero, scarabocchiato ad occhi chiusi -, ma chiedo al paziente di utilizzare la mano sinistra e quindi di associare, girando il foglio a 360°, più figure all’interno dello stesso scarabocchio. Invito quindi il paziente a tracciare su fogli diversi altri due scarabocchi e a dare a ciascuno un titolo. L’ultimo passaggio prevede la costruzione di una sequenza temporale e la narrazione di un piccolo racconto dove piano piano altri elementi compaiono accanto all’evidenza della prima associazione, del primo immediato riconoscimento di una figura compiuta. Nel suo farsi il racconto permette la costruzione di un dialogo tra passato, presente e futuro e la nascita di una storia vista e vissuta nel qui e ora della seduta.

Come afferma Stern: ”Forse l’aspetto più importante relativo al momento presente tripartito è che tutte le parti che lo compongono convergono, soggettivamente, in un’esperienza singola, unificata, coerente e globale, all’interno di un “ora soggettivo”. E ancora: “La sfida consiste nell’immaginare il now moment in una sorta di equilibrio dialogico con il passato e con il futuro”. (4)

Come accade con la frase musicale descritta da Stern che assume una forma mentale unitaria e coerente già quando è in corso, anche con lo scarabocchio, mentre la storia si sta scrivendo, si possono formare diversi futuri potenziali in un “trialogo” continuo.

La sorpresa di ”vedere” del materiale nuovo, creato inconsapevolmente e rapidamente in seduta, a volte è così grande che il piacere di questa scoperta giocosa finisce per prolungarsi anche a casa, come gioco continuo e sorprendente che lega il paziente al lavoro analitico con l’analista anche dopo la seduta. Lo scarabocchio, nato da questo segno fatto senza consapevolezza e razionalità alcuna, va a pescare nell’inconscio, come un micro-sogno fatto in seduta, con la sorpresa di vedere che  i frutti raccolti all’interno di se stessi sono infiniti e continuamente vari e imprevedibili. Questo accade grazie all’incontro sempre nuovo con l’oggetto interno: ogni giorno c’è movimento, c’è cambiamento, ogni giorno l’oggetto interno subisce piccoli cambiamenti, la vita si trasforma e, grazie al movimento, genera nuovi ponti ricchi di potenziale creativo.

Il bisogno di creare appartiene a ciascuno di noi. E’ il bisogno, affermava Marcelle Spira, di sentire che si possiede non solo una capacità distruttiva, ma anche una capacità generativa. M.Spira, riprendendo Bion, sosteneva che la creatività dell’artista, così come quella  dell’analista,  passa attraverso la capacità di ricevere e la capacità di ricevere passa attraverso i sensi, attraverso la possibilità di essere una “tela bianca”, dove si può scrivere  tutto senza pregiudizi e preconcetti. Ognuno mette insieme il proprio mondo in modo personale e crea il proprio mondo, un mondo originale.

Lo scarabocchio, tracciato sulla carta ad occhi chiusi, direi nella condizione bioniana di “essere senza memoria e senza desiderio”, va a pescare tramite una sensorialità primitiva, destrutturata dal gesto del non-sense, nella memoria corporea più antica.

Dalle mie osservazioni emerge come lo scarabocchio vada a rappresentare il sè psicocorporeo, facendo emergere l’originario, l’affetto primigenio incistato nel corpo che diventa un corpo parlante e dialogante con il sè che osserva e vede. Il terapeuta vede insieme al paziente la struttura affettiva corporea primitiva che, ascoltata e apprezzata come gesto autentico del sè, assume per il paziente un significato che definirei   “rivoluzionario”. Il paziente, proprio lui, si sente al centro dell’attenzione dell’altro, ma soprattutto al centro  di se stesso. Per anni ha lottato per aggregare pezzi sparsi della sua vita, spesso cercando di trovare un equilibrio tra ciò che sentiva e ciò che riteneva che gli ”altri” desiderassero da lui ed ora, in modo sorprendente e con negli occhi la meraviglia del bambino, il nucleo della sua vita appare. Appare nella storia scritta nella memoria storica del corpo e della mente che parlano e raccontano; narrano storie che sanno di sofferenze antiche, di antichi lutti dimenticati dalla coscienza perché troppo dolorosi a viversi o perché radicati in un passato lontano dove ancora la memoria non esisteva e le esperienze non potevano essere ricordate che nel corpo; ma narrano anche sogni, desideri e speranze che possono aprire futuri diversi. Oggi, con l’ascolto partecipe del terapeuta, emozioni del passato e del futuro sono disposte a venire alla luce, a mostrarsi,  ad essere viste e riconosciute come frutto del vero sè.  “Il mondo in un granello di sabbia” direbbe Stern.

Certo l’ascolto partecipe, lo sguardo del terapeuta sono indispensabili; uno sguardo può uccidere, uno sguardo può essere impersonale come il “ti guardo ma non ti vedo”  delle modelle nelle performance di Vanessa Beecroft; uno sguardo può dare la vita come ha ben colto la mia nipotina Sofia in una frase rivolta a sua madre “Mamma, se tu mi guardi, io ti vedo”.

L’assunto cartesiano ”cogito ergo sum” prevede un prima, un “cogitatus ergo sum”: solo se sono stato pensato oggi posso esistere o, ancora di più, solo se sono stato capito oggi posso esistere. Come sostiene Dina Vallino “L’essere capito per un bambino piccolo è tutt’uno col sentimento di esistere e la mancanza di quest’esperienza di esserci produce una sofferenza globale e un sentimento di annichilimento molto vicino alla sensazione di poter sparire nel nulla”. Così il terapeuta che ascolta e cerca di capire co-crea “nuovamente” col paziente nuovi significati di un’identità psico-corporea la cui origine è da collocare agli albori della vita. Durante la vita intrauterina, infatti, il feto si muove liberamente nello spazio in tutte le direzioni possibili alla ricerca di una posizione in sinergia con i vissuti emozionali psico-corporei di sua madre e co-creando con lei il primo nucleo del sé. Il primo scarabocchio nasce qui, nella relazione con una mamma che, con i suoi pensieri e le sue emozioni, ha accompagnato il suo piccolo al piacere del movimento in tutte le direzioni dello spazio, consentendo al suo bambino di disegnare scarabocchi.

Linee tracciate col corpo, che nel corpo rimarranno impresse attraverso la memoria procedurale, permetteranno a quel bambino di scarabocchiare la propria esistenza.

 

                                                                   Antonio Techel

 

 

1)      Recentemente la rivista International journal of psychoanalysis (2009) ha pubblicato il carteggio tra Melanie Klein e Marcelle Spira, unica corrispondenza tenuta dalla Klein con una sua allieva.

2)      Rivista Italiana di Gruppoanalisi – Ed. Franco Angeli, Vol. XVII n. 1/2003 e Vol. XXII n. 1/2008

3)      Sander Louis “Sistemi viventi” – Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2007

4)      Stern Daniel “The present moment in psychotherapy and everyday life” Tr. it. - Raffaello Cortina, Milano 2005

 

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