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“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

PAOLA DONATI

psicologa - psicoterapeuta

   

Il caso clinico

 

Sonia mi viene inviata dal medico di base quando è una giovane donna di 27 anni. Da tempo non sta bene: si sente stanca, lamenta sintomi a livello somatico (emicrania, male allo stomaco, sensazioni si nausea e vomito) che rendono poco piacevoli i momenti dei pasti; inoltre ha dolori muscolari, abbassamenti di pressione, in definitiva un malessere fisico generale che la rende debole e sofferente.

Riconosce di essere ansiosa, riferisce un attacco di panico particolarmente intenso che l’ha molto spaventata. Il sonno è spesso disturbato. Sul suo corpo compaiono spesso alterazioni della pelle che le causano rossori e pruriti, in modo particolare a livello labiale e genitale.  Si è sottoposta a molte indagini mediche tutte risultate negative, è stata curata con farmaci ma con scarso risultato.

Sonia lavora come impiegata presso una ditta di filatura ma ritiene il suo lavoro poco soddisfacente. Inoltre non ha legato in modo particolare con nessuno fra colleghi/e. Vive in famiglia con la madre (operaia presso la sua stessa ditta), con il padre (ambulante nei mercati della provincia) e con il fratello di 17 anni (studente presso una scuola alberghiera). E’ molto legata alla famiglia, la convivenza con loro è serena, ma Sonia sente il bisogno di staccarsi sia a livello pratico, abitando in una casa propria, che emotivo.

Da cinque anni ha una relazione con un ragazzo, Fabrizio, tuttavia la loro frequenza non è quotidiana in quanto Fabrizio abita fuori provincia e per lavoro è spesso anche fuori regione. Dice di stare bene con lui, ma ultimamente sta mettendo in dubbio il loro rapporto, pensa che la loro relazioni stia continuando per abitudine, non vede una progettualità, non è sicura di volerla con lui. 

Sonia è nata senza la mano destra. Quando la vedo per la prima volta non me ne accorgo, noto il suo braccio con il solo accenno delle dita la seconda volta che ci vediamo e Sonia per molto tempo non me ne parla. Accenna alla questione solo di sfuggita, come fosse una cosa di poco conto, verbalizzando che ciò non le ha mai dato problemi, sia a livello pratico che relazionale. Solo poco a poco, con lo stabilirsi della relazione terapeutica ne possiamo parlare in modo più spontaneo e sotto la difesa della negazione emerge tutta la sofferenza di un corpo mancante, non adeguato, a volte anche mostruoso.

In famiglia hanno sempre parlato poco della questione. Sonia ricorda che la mamma, sin da piccola, l’ha sempre spronata ad essere autosufficiente, in un certo senso come negando la particolarità della figlia, senza mai parlare apertamente delle possibili cause della malformazione né tantomeno delle reazioni conseguenti (a livello ecografico non era stata rilevata la mancanza della mano). Sonia, da parte sua, non ha mai chiesto, come in una sorta di segreto famigliare su un argomento di cui non poter parlare. Ricorda solo un episodio, successo all’età di 14 anni, quando un compagno di classe l’aveva chiamata “mano mozza”, scatenando in lei un pianto inconsolabile. A piccoli passi i racconti di tutti i malanni e le difficoltà fisiche, della sua quotidianità, riferita in modo freddo e meccanico,  lasciano il posto ad un pensiero meno concreto e sempre più pieno di emotività. Sonia comincia a portare in seduta molti sogni, a farsi domande  e a darsi risposte, avvicinandosi sempre più al suo mondo interno. Di particolare intensità risultano una serie di sogni/incubi ricorrenti, che in un nostro linguaggio comune,  chiamiamo di Auschwitz: In essi compaiono aguzzini aridi di emozioni che si accaniscono su persone misere, sempre molto sofferenti,  indifese, che subiscono atrocità e mostruosità fino ad arrivare alla morte.

Ripercorrendo i suoi primi anni di vita e la sua infanzia emergono sempre il ricordo e l’idea di una mamma un po’ “generale”, affiancata da un padre più attento e da una nonna materna molto dolce, che si occupava di Sonia quando la mamma era assente per lavoro. Sfortunatamente la nonna è venuta a mancare in modo improvviso, per un infarto, quando Sonia aveva 7 anni. All’evento doloroso, Sonia aveva reagito con una forte tosse persistente per molto tempo, con vomito e inappetenza e con un sonno rimasto disturbato a lungo. Frequentava allora la scuola elementare e cominciò a doversi assentare spesso per malanni e debolezza fisica. Ad eccezione della salute cagionevole, Sonia ricorda di non avere avuto particolari difficoltà durante gli anni della scuola elementare e delle scuole medie, sia a livello degli apprendimenti che a livello delle relazioni con i compagni, ad eccezione dell’episodio della frase infelice che l‘aveva fatta scoppiare a piangere. Aveva amici, era ben inserita nelle attività della comunità, giocava a pallavolo anche con buoni risultati. Avrebbe voluto fare una scuola di moda e aprire un negozio di abbigliamento ma, per difficoltà economiche della famiglia e per la scarsa voglia di studiare, scelse la scuola più vicina a casa e frequentò cosi il biennio di segretaria d’azienda; per lo scarso interesse non concluse la scuola.

Dai 16 ai 20 anni ricorda l’innamoramento per un ragazzo che le diceva che era “fredda e distaccata” ma che lei ricorda come una “persona sensibile” che la capiva.

A 23 anni, dopo avere smesso di fumare, iniziano i suoi guai fisici, compaiono i sintomi e si accentuano tutte le sue insicurezze.

A distanza di mesi dal nostro primo incontro, i sintomi fisici si attenuano, gli attacchi di panico diventano più sporadici e meno condizionanti, le relazioni sul posto di lavoro la preoccupano di meno, si convince del rapporto con Fabrizio fino a decidere di convivere con lui e successivamente si sposano. Le cose per qualche anno sembrano procedere in modo sufficientemente sereno fino a quando Sonia mi dice che con il marito sta pensando di avere un bambino. Ritorna un periodo poco felice per Sonia, durante il quale ricompaiono i malessere fisici, gli attacchi di panico, le fastidiose manifestazioni cutanee, accusa dolori all’addome, fastidi durante i rapporti sessuali, alterazioni del ciclo mestruale. Sonia sospetta che il suo malessere in qualche modo abbia a che fare con la questione della maternità e poco alla volta emergono pensieri, paure, emozioni collegate alla questione. Ammette che non ha mai voluto pensarci: le piacciono i bambini ma l’idea di averne uno suo la spaventa. Teme di non potere rimanere incinta e/o di non potere avere un figlio sano; si chiede se potrà essere una buona mamma; la preoccupa essere una madre senza una mano, non tanto per le incombenze pratiche, che non l’hanno mai preoccupata, ma si chiede come spiegherà la cosa al bambino, pensa che lui potrà vergognarsi di lei, che i compagni lo prenderanno in giro . . .

In questo clima emotivo le chiedo di fare gli scarabocchi e lei accetta con piacere, ricordandomi che il disegno le è sempre piaciuto ma che, per motivazioni varie,  non ha mai potuto approfondire questa passione.

Questi gli scarabocchi in ordine di esecuzione e i relativi pensieri nati dalla mia richiesta di creare un nesso, un collegamento fra le figure viste.

Scarabocchio n 1

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 Lo squalo vede, sulla montagna di neve, in mezzo ad un fiore\stella, un fagottino e gli dà un bacio.

 

Scarabocchio n 2

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 Un soldato con l’elmetto, mentre pensa al suo bambino, vede il suo aquilone volare fra le dune del deserto mentre si disseta con una bottiglia di acqua.

 

Scarabocchio n 3

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Un esploratore, in riva al mare, vede le due balene, il delfino e l’anaconda mentre un missile parte verso il cielo.

 

Alla richiesta di creare un pensiero che unisca i tre scarabocchi, Sonia li ordina in questo modo: scarabocchio 1, scarabocchio 2, scarabocchio 3, commentandoli con due pensieri:

 - lo squalo attraversa le dune del deserto per raggiungere il delfino, le balene e l’anaconda.

 - una persona chinata a raccogliere il fagottino per dargli un bacio.

 

Notiamo insieme i diversi riferimenti ai bambini: il fagottino di Gesù bambino, la bocca che bacia il fagottino, il ciuccio, le due balene (madre e figlia). Risultano da subito evidenti le molte figure non intere, viste come parti: mezza stella o parte di un fiore, busto piegato con la schiena, parte con il piede,  parti di due balene (la madre e la figlia). Il pensiero corre subito al corpo di Sonia “non intero”, senza una mano e al rapporto fra lei bambina e la mamma. Il fagottino è ancora un tutt’uno indifferenziato, e l’identità del sé corporeo? Che immagine ha Sonia del proprio corpo? Quanto si è differenziata per raggiungere una percezione di sé come persona individuata e intera? Che immagine interna di madre ha? E’ veramente pronta per diventare madre? Che madre pensa di essere? Quali sono le fantasie e le paure più nascoste di Sonia? Ci soffermiamo in modo particolare al primo scarabocchio, dove lo squalo dà un bacio al fagottino. Lo squalo ha denti che tagliano e castrano. C’è il desiderio che “la madre(squalo) dia un bacio a lei (fagottino) ma la madre le ha tranciato la mano”.

 Se riconosco la mancanza del mio corpo, come reagirò al dolore? E la rabbia?”

Lo squalo che bacia il fagottino rappresenta bene l’ambiguità di fondo con la confusione derivante: lo squalo dà un bacio o taglia? La mamma mi darà un bacio o mi taglierà? E io che madre sarò? Una madre accogliente o emergerà la parte squalo che procurerà danno al bambino? Che lo taglierà creando un mostro?”

L’associazione con i sogni portati da Sonia è immediata; nei campi di concentramento succedono mostruosità, si possono tagliare le mani e creare deformità, ci sono mostri da uccidere, si deve eliminare la razza non pura (proiezione della propria mostruosità) e la sofferenza è tanta. Possiamo pensare che per la frustrazione, l’insufficienza nella relazione primaria, per un rapporto di pelle non sufficiente, per la mancanza di tenerezza, Sonia si deve difendere e lo fa non vedendosi e non vedendo il proprio corpo.

 “La mamma non mi ha visto, io rimango poco differenziata, rimango parte, in caso contrario uscirebbe tutta la mia mostruosità con tutte le fantasie connesse”.

Negli scarabocchi di Sonia c’è molto rosa, il colore della pelle. Ci sono altri colori ma risultano  piatti, non c’è mescolanza di colore. Manca l’idea della fluidità, della mescolanza, dell’unione, sembra ci sia una “barriera al contatto” e se manca questa fluidità e questa capacità di mescolarsi, come può Sonia concepire un bambino? Ci sono solo parti perché non c’è lo specchio-madre, Sonia non può vedersi e “per avere un bambino non devo forse sapere che corpo ho?”. 

Ancora una volta, lo strumento degli scarabocchi ha dato l’occasione per potere parlare e, nel caso in esame, anche una importante indicazione a livello della relazione terapeutica: Sonia ha bisogno di essere vista, di essere toccata e mi chiede di aiutarla ad integrare il suo sé corporeo. Sonia deve investire il suo corpo, la sua mano deformata, deve integrare le varie parti del sé corporeo per vedersi intera, unica, differenziata e speciale. Sonia intanto riscopre la  vecchia passione per il disegno e per gli oggetti creati con la cartapesta (fiori, bambole, monili ma anche figure strane e personaggi che diventano occasioni per narrare storie…) dove utilizza entrambe le mani,  riuscendo a creare dei bei lavori che la soddisfano e che anche gli altri apprezzano. Ritorna un periodo più tranquillo, dove Sonia si sente meglio anche fisicamente. L‘idea di diventare madre non è più un pensiero così presente. Siamo a giugno, ci salutiamo per il periodo estivo e al rientro, nel mese di settembre, Sonia, contenta ed emozionata,  mi dice che ha appena scoperto di essere incinta. 

“Come una plastilina o una creta visiva, lo scarabocchio può liberare quote di creatività inespressa e, con il suo carico di sorpresa e di stupore, sia in chi lo produce che in chi lo osserva, diviene prologo per racconti da narrare fra paziente e analista” (Antonio Techel).

 

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