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“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

LAURA DENTI

psicologa-psicoterapeuta

 

Il caso clinico

 

Sabrina è una bella donna  di 35 anni; mi appare come una persona di grande dignità e fiero coraggio che ispira rispetto e allo stesso tempo tenerezza. Nell’aspetto esteriore Sabrina è sempre ben curata, nulla è fuori posto; il tono di voce è sempre moderato, la sua postura sempre ben composta.

Nella vita fa l’impiegata; è separata dal marito dopo solo alcuni mesi di matrimonio. Non ha avuto figli per quanto fosse il suo desiderio principale da sempre. Dopo la separazione è andata a vivere da sola e, senza aiuti economici, si è comprata casa. Si descrive come una persona che si è sempre dovuta mostrare agli altri come forte e decisa anche se sapeva bene che non era così. Dalla separazione sono crollate tutte le sue certezze e per ogni decisione da prendere si sente confusa e indecisa. Questo è il motivo per cui si è rivolta a me.

Racconta che con il papà aveva un rapporto bello, era una persona piena di interessi ed indipendente come lei. Anche se era poco presente lo ricorda come una figura positiva e calda tanto che si è sposata per dare al padre gravemente ammalato la gioia di portarla all’altare e per uscire di casa. Con la madre non c’è mai stata intesa, mai un incoraggiamento, mai interesse e affetto. I primi ricordi li ha dalla nascita del fratello quando lei aveva tre anni. Il fratello aveva problemi di salute e la madre era totalmente assorta da lui. Lei fin da piccola è sempre stata spinta all’indipendenza e al far da sola. Della madre ricorda che è caduta in una profonda depressione, durata 5 anni, con la gravidanza del fratello, forse per un lutto...” mia mamma era come un morto che cammina” riferisce.

Dell’infanzia Sabrina ricorda molto poco: i suoi genitori avevano un lavoro che li impegnava molto. Lei ha sempre cercato di essere brava e non dare problemi: prendere voti alti era il suo modo per essere notata almeno a scuola dagli insegnanti. Nell’adolescenza aumenta notevolmente di peso per uno scompenso ormonale: da lì ricorda grande infelicità perchè non si piaceva e, in seguito, ha sofferto di bulimia: mangiava grandi quantità di cibo ai pasti e costantemente andava a vomitare in bagno. Così come ha cominciato da sola ha smesso senza che nessuno in casa mai si accorgesse del suo malessere, di lei, dei suoi stati d’animo. Si sentiva insignificante, invisibile.

Sabrina nel corso dei colloqui appare chiaramente una persona di buona intelligenza e ricchezza interiore. Ha capacità introspettive anche se deve usare difese come il controllo e il distanziamento delle emozioni. Porta sogni in seduta dai quali emergono parti fetali indice di una individuazione non ancora avvenuta e di una identità ancora in formazione.

In seduta la agitano i momenti di silenzio, ammette di non tollerarlo e di angosciarsi. Il silenzio e il vuoto la spaventano. Tutto deve essere ben controllato, strutturato e organizzato in lei, nella sua vita, nelle sedute per non dar spazio alla fuori uscita del suo mondo interno.

Anche se ricorda poco, emerge chiaramente, anche nei sogni, un rapporto con il materno difficoltoso: nella sua vita ricorre il sogno di cadere da un precipizio (caduta dal seno con rottura di simbiosi), mari con acque torbide e scure.

Propongo dopo alcuni mesi di terapia, l’uso dello scarabocchio a Sabrina accoglie la proposta con disponibilità e curiosità.

Nel primo disegno raffigura (fig. 1) “un farfalla” che le da l’idea di libertà, leggerezza e pace. Vorrà farsi un tatuaggio di una farfalla quando avrà fatto quel salto evolutivo. Vede poi “un mondo”, dice che le piace viaggiare anche se non ha nessuno con cui farlo. In un angolo a margine individua “un viso” di profilo e poi “un coniglio”, forse più un gatto perchè autonomo e indipendente.

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Nel secondo scarabocchio (fig. 2) individua “una persona che avvolge un’altra persona su una poltrona marrone”. Dice “sono mia madre e mio fratello, lui era sempre in braccio a mia madre su una poltrona di questo tipo”.

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Nel terzo disegno (fig. 3) vede “un paesaggio” (montagne, mare, sole e verde), le ricordano i paesaggi che disegnava sempre da bambina alla scrivania da sola.

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La storia che Sabrina racconta è la seguente: in una sera di pioggia, durante un temporale, una madre racconta una favola al suo bambino: in un posto lontano molto bello, pieno di fiori un coniglio e una farfalla si incontrano. Il coniglio dice: “ mi piacerebbe vedere il mare, la neve, ma non posso andare più lontano perchè non posso volare”. La farfalla che ha visto tutto il mondo racconta al coniglio com’è il mare e la neve. Il coniglio sapendo di non poterli vedere chiede alla farfalla  di raccontarli e il coniglio, dalle parole di lei, li fa suoi come se li avesse sempre visti. Il bambino attraverso la piccola storia può pensare che può fare proprie queste esperienze anche se raccontate da qualcun’altro.

 Il primo aspetto che emerge chiaramente è che Sabrina fatica a lasciarsi andare. Tutte le sue difese vengono mobilitate per riempire i vuoti, le mancanze, i buchi. Non dà margine all’errore, deve essere impeccabile, non sbagliare e essere sempre vigile; le conseguenze per lei sarebbero catastrofiche: sarebbe sottoposta al giudizio negativo degli altri, sarebbe la perdita di identità, sarebbe il non essere più vista e l’essere dimenticata.  

Con gli scarabocchi Sabrina narra di mondi interni, di una madre (la sua) e un bambino (suo fratello) felici insieme che condividono tenerezza e intimità, da cui però lei è esclusa. A livello profondo si avverte un gran senso di solitudine: in tutto questo ordine in cui nulla sembra le sfugga, si dimentica di inserire nella storia un volto appena accennato, di profilo, senza occhi, bocca, orecchie, messo li in disparte forse il suo, che non può dire, vedere, sentire. Qui lo scarabocchio mostra l’identità più primitiva del vero Sè di Sabrina. Ma emerge anche chiaramente una forte spinta evolutiva, il desiderio di spiccare il volo, di conoscere i suoi mondi interni, di compiere un viaggio che la porti a capire ed esplorare. Chiede a me, come fa una madre con un figlio, di aiutarla in questo viaggio e di raccontarle di lei fino a che poi, quando avrà le sue ali, sarà lei stessa in prima persona, con un’identità integrata, a sperimentarle e viverle.

Sabrina è intelligente, si fa scudo con la ragione, la logica; ma lo scarabocchio va a pescare nell’inconscio in memorie non coscienti e non verbalizzabili, nella memoria implicita, memoria che non ha raggiunto ancora la parola, là dove sono depositate le prime esperienze infantili, quelle più arcaiche e anche più traumatiche relative alla più precoce relazione con la madre.

Anche tramite lo scarabocchio, Sabrina ha la possibilità di “vedersi” e “essere vista”, ascoltata, capita, passando dal corporeo per arrivare alla sua anima.

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