Fiducia nel terapeuta
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

Dott.ssa Maria Lucia Mazzoleni

psicologa-psicoterapeuta

 

...La testimonianza della fiducia nel terapeuta e il tempo necessario per costruirla è resa evidente a mio parere dall'uso che il paziente fa dei propri scarabocchi.

Citerò l'esempio di una mia paziente, una sigora di bella presenza, di circa 40 anni, che arriva in terapia portando un grande vuoto dentro, la necessità di appoggiarsi a coloro che la circondano, vittima di ogni critica possibile, una situazione in cui la mia percezione era che la signora fosse completamente ostaggio degli altri. Arriva subito una gravidanza, inaspettata....ma presto ha la funzione di riempire il vuoto. Da subito emerge l'idealizzazione di questo bambino che ha il compito di illuminare, rendere felici.

Nello scarabocchio disegna due cerchi: uno vuoto (la sua pancia) e uno molto ricco (il suo bambino  "che mi dà tanta forza", commenta!)

 sca1

 

 sca2

 

sca3 

E' proprio l'immagine del suo vissuto, un'istantanea del suo mondo interno! Il senso è difficile da elaborare con lei, ma ci sta...con dolore! La nausea della gravidanza si unisce alla nausea in seduta che verosimilmente sta a significare un troppo... un rifiuto... Forte è l'ambivalenza: lascia in studio il suo prodotto ma poi lo riprende... la volta successiva lo riporta e racconta gli eventi che precedono l'arrivo. Lo scarabocchio era appoggiato sul tetto dell'auto e i fogli "sono volati via".... Li ha ripresi e riportati ed ora sono nel mio studio come unica testimonianza della relazione. Ne ha fatti altri ma li ha raccolti in un quaderno, un oggetto-sé dal quale non è più stata disposta a separarsi...I tempi biologici non aspettano...era ormai tempo che il bambino nascesse…

 

Il caso di Sonia
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

PAOLA DONATI

psicologa - psicoterapeuta

   

Il caso clinico

 

Sonia mi viene inviata dal medico di base quando è una giovane donna di 27 anni. Da tempo non sta bene: si sente stanca, lamenta sintomi a livello somatico (emicrania, male allo stomaco, sensazioni si nausea e vomito) che rendono poco piacevoli i momenti dei pasti; inoltre ha dolori muscolari, abbassamenti di pressione, in definitiva un malessere fisico generale che la rende debole e sofferente.

Riconosce di essere ansiosa, riferisce un attacco di panico particolarmente intenso che l’ha molto spaventata. Il sonno è spesso disturbato. Sul suo corpo compaiono spesso alterazioni della pelle che le causano rossori e pruriti, in modo particolare a livello labiale e genitale.  Si è sottoposta a molte indagini mediche tutte risultate negative, è stata curata con farmaci ma con scarso risultato.

Sonia lavora come impiegata presso una ditta di filatura ma ritiene il suo lavoro poco soddisfacente. Inoltre non ha legato in modo particolare con nessuno fra colleghi/e. Vive in famiglia con la madre (operaia presso la sua stessa ditta), con il padre (ambulante nei mercati della provincia) e con il fratello di 17 anni (studente presso una scuola alberghiera). E’ molto legata alla famiglia, la convivenza con loro è serena, ma Sonia sente il bisogno di staccarsi sia a livello pratico, abitando in una casa propria, che emotivo.

Da cinque anni ha una relazione con un ragazzo, Fabrizio, tuttavia la loro frequenza non è quotidiana in quanto Fabrizio abita fuori provincia e per lavoro è spesso anche fuori regione. Dice di stare bene con lui, ma ultimamente sta mettendo in dubbio il loro rapporto, pensa che la loro relazioni stia continuando per abitudine, non vede una progettualità, non è sicura di volerla con lui. 

Sonia è nata senza la mano destra. Quando la vedo per la prima volta non me ne accorgo, noto il suo braccio con il solo accenno delle dita la seconda volta che ci vediamo e Sonia per molto tempo non me ne parla. Accenna alla questione solo di sfuggita, come fosse una cosa di poco conto, verbalizzando che ciò non le ha mai dato problemi, sia a livello pratico che relazionale. Solo poco a poco, con lo stabilirsi della relazione terapeutica ne possiamo parlare in modo più spontaneo e sotto la difesa della negazione emerge tutta la sofferenza di un corpo mancante, non adeguato, a volte anche mostruoso.

In famiglia hanno sempre parlato poco della questione. Sonia ricorda che la mamma, sin da piccola, l’ha sempre spronata ad essere autosufficiente, in un certo senso come negando la particolarità della figlia, senza mai parlare apertamente delle possibili cause della malformazione né tantomeno delle reazioni conseguenti (a livello ecografico non era stata rilevata la mancanza della mano). Sonia, da parte sua, non ha mai chiesto, come in una sorta di segreto famigliare su un argomento di cui non poter parlare. Ricorda solo un episodio, successo all’età di 14 anni, quando un compagno di classe l’aveva chiamata “mano mozza”, scatenando in lei un pianto inconsolabile. A piccoli passi i racconti di tutti i malanni e le difficoltà fisiche, della sua quotidianità, riferita in modo freddo e meccanico,  lasciano il posto ad un pensiero meno concreto e sempre più pieno di emotività. Sonia comincia a portare in seduta molti sogni, a farsi domande  e a darsi risposte, avvicinandosi sempre più al suo mondo interno. Di particolare intensità risultano una serie di sogni/incubi ricorrenti, che in un nostro linguaggio comune,  chiamiamo di Auschwitz: In essi compaiono aguzzini aridi di emozioni che si accaniscono su persone misere, sempre molto sofferenti,  indifese, che subiscono atrocità e mostruosità fino ad arrivare alla morte.

Ripercorrendo i suoi primi anni di vita e la sua infanzia emergono sempre il ricordo e l’idea di una mamma un po’ “generale”, affiancata da un padre più attento e da una nonna materna molto dolce, che si occupava di Sonia quando la mamma era assente per lavoro. Sfortunatamente la nonna è venuta a mancare in modo improvviso, per un infarto, quando Sonia aveva 7 anni. All’evento doloroso, Sonia aveva reagito con una forte tosse persistente per molto tempo, con vomito e inappetenza e con un sonno rimasto disturbato a lungo. Frequentava allora la scuola elementare e cominciò a doversi assentare spesso per malanni e debolezza fisica. Ad eccezione della salute cagionevole, Sonia ricorda di non avere avuto particolari difficoltà durante gli anni della scuola elementare e delle scuole medie, sia a livello degli apprendimenti che a livello delle relazioni con i compagni, ad eccezione dell’episodio della frase infelice che l‘aveva fatta scoppiare a piangere. Aveva amici, era ben inserita nelle attività della comunità, giocava a pallavolo anche con buoni risultati. Avrebbe voluto fare una scuola di moda e aprire un negozio di abbigliamento ma, per difficoltà economiche della famiglia e per la scarsa voglia di studiare, scelse la scuola più vicina a casa e frequentò cosi il biennio di segretaria d’azienda; per lo scarso interesse non concluse la scuola.

Dai 16 ai 20 anni ricorda l’innamoramento per un ragazzo che le diceva che era “fredda e distaccata” ma che lei ricorda come una “persona sensibile” che la capiva.

A 23 anni, dopo avere smesso di fumare, iniziano i suoi guai fisici, compaiono i sintomi e si accentuano tutte le sue insicurezze.

A distanza di mesi dal nostro primo incontro, i sintomi fisici si attenuano, gli attacchi di panico diventano più sporadici e meno condizionanti, le relazioni sul posto di lavoro la preoccupano di meno, si convince del rapporto con Fabrizio fino a decidere di convivere con lui e successivamente si sposano. Le cose per qualche anno sembrano procedere in modo sufficientemente sereno fino a quando Sonia mi dice che con il marito sta pensando di avere un bambino. Ritorna un periodo poco felice per Sonia, durante il quale ricompaiono i malessere fisici, gli attacchi di panico, le fastidiose manifestazioni cutanee, accusa dolori all’addome, fastidi durante i rapporti sessuali, alterazioni del ciclo mestruale. Sonia sospetta che il suo malessere in qualche modo abbia a che fare con la questione della maternità e poco alla volta emergono pensieri, paure, emozioni collegate alla questione. Ammette che non ha mai voluto pensarci: le piacciono i bambini ma l’idea di averne uno suo la spaventa. Teme di non potere rimanere incinta e/o di non potere avere un figlio sano; si chiede se potrà essere una buona mamma; la preoccupa essere una madre senza una mano, non tanto per le incombenze pratiche, che non l’hanno mai preoccupata, ma si chiede come spiegherà la cosa al bambino, pensa che lui potrà vergognarsi di lei, che i compagni lo prenderanno in giro . . .

In questo clima emotivo le chiedo di fare gli scarabocchi e lei accetta con piacere, ricordandomi che il disegno le è sempre piaciuto ma che, per motivazioni varie,  non ha mai potuto approfondire questa passione.

Questi gli scarabocchi in ordine di esecuzione e i relativi pensieri nati dalla mia richiesta di creare un nesso, un collegamento fra le figure viste.

Scarabocchio n 1

 sca1

 Lo squalo vede, sulla montagna di neve, in mezzo ad un fiore\stella, un fagottino e gli dà un bacio.

 

Scarabocchio n 2

 sca2

 Un soldato con l’elmetto, mentre pensa al suo bambino, vede il suo aquilone volare fra le dune del deserto mentre si disseta con una bottiglia di acqua.

 

Scarabocchio n 3

sca3

Un esploratore, in riva al mare, vede le due balene, il delfino e l’anaconda mentre un missile parte verso il cielo.

 

Alla richiesta di creare un pensiero che unisca i tre scarabocchi, Sonia li ordina in questo modo: scarabocchio 1, scarabocchio 2, scarabocchio 3, commentandoli con due pensieri:

 - lo squalo attraversa le dune del deserto per raggiungere il delfino, le balene e l’anaconda.

 - una persona chinata a raccogliere il fagottino per dargli un bacio.

 

Notiamo insieme i diversi riferimenti ai bambini: il fagottino di Gesù bambino, la bocca che bacia il fagottino, il ciuccio, le due balene (madre e figlia). Risultano da subito evidenti le molte figure non intere, viste come parti: mezza stella o parte di un fiore, busto piegato con la schiena, parte con il piede,  parti di due balene (la madre e la figlia). Il pensiero corre subito al corpo di Sonia “non intero”, senza una mano e al rapporto fra lei bambina e la mamma. Il fagottino è ancora un tutt’uno indifferenziato, e l’identità del sé corporeo? Che immagine ha Sonia del proprio corpo? Quanto si è differenziata per raggiungere una percezione di sé come persona individuata e intera? Che immagine interna di madre ha? E’ veramente pronta per diventare madre? Che madre pensa di essere? Quali sono le fantasie e le paure più nascoste di Sonia? Ci soffermiamo in modo particolare al primo scarabocchio, dove lo squalo dà un bacio al fagottino. Lo squalo ha denti che tagliano e castrano. C’è il desiderio che “la madre(squalo) dia un bacio a lei (fagottino) ma la madre le ha tranciato la mano”.

 Se riconosco la mancanza del mio corpo, come reagirò al dolore? E la rabbia?”

Lo squalo che bacia il fagottino rappresenta bene l’ambiguità di fondo con la confusione derivante: lo squalo dà un bacio o taglia? La mamma mi darà un bacio o mi taglierà? E io che madre sarò? Una madre accogliente o emergerà la parte squalo che procurerà danno al bambino? Che lo taglierà creando un mostro?”

L’associazione con i sogni portati da Sonia è immediata; nei campi di concentramento succedono mostruosità, si possono tagliare le mani e creare deformità, ci sono mostri da uccidere, si deve eliminare la razza non pura (proiezione della propria mostruosità) e la sofferenza è tanta. Possiamo pensare che per la frustrazione, l’insufficienza nella relazione primaria, per un rapporto di pelle non sufficiente, per la mancanza di tenerezza, Sonia si deve difendere e lo fa non vedendosi e non vedendo il proprio corpo.

 “La mamma non mi ha visto, io rimango poco differenziata, rimango parte, in caso contrario uscirebbe tutta la mia mostruosità con tutte le fantasie connesse”.

Negli scarabocchi di Sonia c’è molto rosa, il colore della pelle. Ci sono altri colori ma risultano  piatti, non c’è mescolanza di colore. Manca l’idea della fluidità, della mescolanza, dell’unione, sembra ci sia una “barriera al contatto” e se manca questa fluidità e questa capacità di mescolarsi, come può Sonia concepire un bambino? Ci sono solo parti perché non c’è lo specchio-madre, Sonia non può vedersi e “per avere un bambino non devo forse sapere che corpo ho?”. 

Ancora una volta, lo strumento degli scarabocchi ha dato l’occasione per potere parlare e, nel caso in esame, anche una importante indicazione a livello della relazione terapeutica: Sonia ha bisogno di essere vista, di essere toccata e mi chiede di aiutarla ad integrare il suo sé corporeo. Sonia deve investire il suo corpo, la sua mano deformata, deve integrare le varie parti del sé corporeo per vedersi intera, unica, differenziata e speciale. Sonia intanto riscopre la  vecchia passione per il disegno e per gli oggetti creati con la cartapesta (fiori, bambole, monili ma anche figure strane e personaggi che diventano occasioni per narrare storie…) dove utilizza entrambe le mani,  riuscendo a creare dei bei lavori che la soddisfano e che anche gli altri apprezzano. Ritorna un periodo più tranquillo, dove Sonia si sente meglio anche fisicamente. L‘idea di diventare madre non è più un pensiero così presente. Siamo a giugno, ci salutiamo per il periodo estivo e al rientro, nel mese di settembre, Sonia, contenta ed emozionata,  mi dice che ha appena scoperto di essere incinta. 

“Come una plastilina o una creta visiva, lo scarabocchio può liberare quote di creatività inespressa e, con il suo carico di sorpresa e di stupore, sia in chi lo produce che in chi lo osserva, diviene prologo per racconti da narrare fra paziente e analista” (Antonio Techel).

 

Il caso di S.
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

 

“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

LAURA DENTI

psicologa-psicoterapeuta

 

Il caso clinico

 

Sabrina è una bella donna  di 35 anni; mi appare come una persona di grande dignità e fiero coraggio che ispira rispetto e allo stesso tempo tenerezza. Nell’aspetto esteriore Sabrina è sempre ben curata, nulla è fuori posto; il tono di voce è sempre moderato, la sua postura sempre ben composta.

Nella vita fa l’impiegata; è separata dal marito dopo solo alcuni mesi di matrimonio. Non ha avuto figli per quanto fosse il suo desiderio principale da sempre. Dopo la separazione è andata a vivere da sola e, senza aiuti economici, si è comprata casa. Si descrive come una persona che si è sempre dovuta mostrare agli altri come forte e decisa anche se sapeva bene che non era così. Dalla separazione sono crollate tutte le sue certezze e per ogni decisione da prendere si sente confusa e indecisa. Questo è il motivo per cui si è rivolta a me.

Racconta che con il papà aveva un rapporto bello, era una persona piena di interessi ed indipendente come lei. Anche se era poco presente lo ricorda come una figura positiva e calda tanto che si è sposata per dare al padre gravemente ammalato la gioia di portarla all’altare e per uscire di casa. Con la madre non c’è mai stata intesa, mai un incoraggiamento, mai interesse e affetto. I primi ricordi li ha dalla nascita del fratello quando lei aveva tre anni. Il fratello aveva problemi di salute e la madre era totalmente assorta da lui. Lei fin da piccola è sempre stata spinta all’indipendenza e al far da sola. Della madre ricorda che è caduta in una profonda depressione, durata 5 anni, con la gravidanza del fratello, forse per un lutto...” mia mamma era come un morto che cammina” riferisce.

Dell’infanzia Sabrina ricorda molto poco: i suoi genitori avevano un lavoro che li impegnava molto. Lei ha sempre cercato di essere brava e non dare problemi: prendere voti alti era il suo modo per essere notata almeno a scuola dagli insegnanti. Nell’adolescenza aumenta notevolmente di peso per uno scompenso ormonale: da lì ricorda grande infelicità perchè non si piaceva e, in seguito, ha sofferto di bulimia: mangiava grandi quantità di cibo ai pasti e costantemente andava a vomitare in bagno. Così come ha cominciato da sola ha smesso senza che nessuno in casa mai si accorgesse del suo malessere, di lei, dei suoi stati d’animo. Si sentiva insignificante, invisibile.

Sabrina nel corso dei colloqui appare chiaramente una persona di buona intelligenza e ricchezza interiore. Ha capacità introspettive anche se deve usare difese come il controllo e il distanziamento delle emozioni. Porta sogni in seduta dai quali emergono parti fetali indice di una individuazione non ancora avvenuta e di una identità ancora in formazione.

In seduta la agitano i momenti di silenzio, ammette di non tollerarlo e di angosciarsi. Il silenzio e il vuoto la spaventano. Tutto deve essere ben controllato, strutturato e organizzato in lei, nella sua vita, nelle sedute per non dar spazio alla fuori uscita del suo mondo interno.

Anche se ricorda poco, emerge chiaramente, anche nei sogni, un rapporto con il materno difficoltoso: nella sua vita ricorre il sogno di cadere da un precipizio (caduta dal seno con rottura di simbiosi), mari con acque torbide e scure.

Propongo dopo alcuni mesi di terapia, l’uso dello scarabocchio a Sabrina accoglie la proposta con disponibilità e curiosità.

Nel primo disegno raffigura (fig. 1) “un farfalla” che le da l’idea di libertà, leggerezza e pace. Vorrà farsi un tatuaggio di una farfalla quando avrà fatto quel salto evolutivo. Vede poi “un mondo”, dice che le piace viaggiare anche se non ha nessuno con cui farlo. In un angolo a margine individua “un viso” di profilo e poi “un coniglio”, forse più un gatto perchè autonomo e indipendente.

 sca_1

 

Nel secondo scarabocchio (fig. 2) individua “una persona che avvolge un’altra persona su una poltrona marrone”. Dice “sono mia madre e mio fratello, lui era sempre in braccio a mia madre su una poltrona di questo tipo”.

sca_2

Nel terzo disegno (fig. 3) vede “un paesaggio” (montagne, mare, sole e verde), le ricordano i paesaggi che disegnava sempre da bambina alla scrivania da sola.

sca_3

La storia che Sabrina racconta è la seguente: in una sera di pioggia, durante un temporale, una madre racconta una favola al suo bambino: in un posto lontano molto bello, pieno di fiori un coniglio e una farfalla si incontrano. Il coniglio dice: “ mi piacerebbe vedere il mare, la neve, ma non posso andare più lontano perchè non posso volare”. La farfalla che ha visto tutto il mondo racconta al coniglio com’è il mare e la neve. Il coniglio sapendo di non poterli vedere chiede alla farfalla  di raccontarli e il coniglio, dalle parole di lei, li fa suoi come se li avesse sempre visti. Il bambino attraverso la piccola storia può pensare che può fare proprie queste esperienze anche se raccontate da qualcun’altro.

 Il primo aspetto che emerge chiaramente è che Sabrina fatica a lasciarsi andare. Tutte le sue difese vengono mobilitate per riempire i vuoti, le mancanze, i buchi. Non dà margine all’errore, deve essere impeccabile, non sbagliare e essere sempre vigile; le conseguenze per lei sarebbero catastrofiche: sarebbe sottoposta al giudizio negativo degli altri, sarebbe la perdita di identità, sarebbe il non essere più vista e l’essere dimenticata.  

Con gli scarabocchi Sabrina narra di mondi interni, di una madre (la sua) e un bambino (suo fratello) felici insieme che condividono tenerezza e intimità, da cui però lei è esclusa. A livello profondo si avverte un gran senso di solitudine: in tutto questo ordine in cui nulla sembra le sfugga, si dimentica di inserire nella storia un volto appena accennato, di profilo, senza occhi, bocca, orecchie, messo li in disparte forse il suo, che non può dire, vedere, sentire. Qui lo scarabocchio mostra l’identità più primitiva del vero Sè di Sabrina. Ma emerge anche chiaramente una forte spinta evolutiva, il desiderio di spiccare il volo, di conoscere i suoi mondi interni, di compiere un viaggio che la porti a capire ed esplorare. Chiede a me, come fa una madre con un figlio, di aiutarla in questo viaggio e di raccontarle di lei fino a che poi, quando avrà le sue ali, sarà lei stessa in prima persona, con un’identità integrata, a sperimentarle e viverle.

Sabrina è intelligente, si fa scudo con la ragione, la logica; ma lo scarabocchio va a pescare nell’inconscio in memorie non coscienti e non verbalizzabili, nella memoria implicita, memoria che non ha raggiunto ancora la parola, là dove sono depositate le prime esperienze infantili, quelle più arcaiche e anche più traumatiche relative alla più precoce relazione con la madre.

Anche tramite lo scarabocchio, Sabrina ha la possibilità di “vedersi” e “essere vista”, ascoltata, capita, passando dal corporeo per arrivare alla sua anima.

Il caso di A
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

PAOLA DONATI

psicologa - psicoterapeuta

     

Il caso clinico

 

Quando vedo Anna per la prima volta è una giovane donna di 24 anni, altezza media, magra, capelli lisci e biondi. Lamenta un malessere generale, anche fisico:u mal di stomaco, stanchezza, calo ponderale, preoccupazione per la sua salute e per quella dei famigliari. Anna non vive bene neppure l’ambiente lavorativo:  presso la scuola materna  dove lavora non riesce a gestire le dinamiche fra colleghi/e. Anche il rapporto con i genitori dei bambini crea ad Anna preoccupazioni e dubbi; si rende conto di avere difficoltà nelle relazioni, pensa di essere inadeguata fino al punto di dubitare delle sue capacità professionali, spesso mette in discussione l’opportunità di continuare il lavoro di insegnante, suo obiettivo e desiderio da sempre. Mi racconta che ha una relazione con Giorgio, un uomo di qualche anno più di lei, sposato e senza figli. Vive questa relazione in modo conflittuale ma sente che non ne può fare a meno.

Anna è primogenita di due figlie (la sorella ha tre anni meno di lei) ed è molto legata ai genitori. La famiglia è molto religiosa, osservante e partecipante delle varie attività organizzate dalla parrocchia, ed è una famiglia conosciuta e stimata. Anche per questo contesto familiare e sociale, Anna sente la sua relazione come inopportuna; ciò le suscita pensieri ed emozioni che con fatica riesce a conciliare e che la rendono confusa.

Da subito noto che Anna è una donna intelligente, si mostra razionale e compassata, a volte fredda: il suo atteggiamento é composto, controllato, anche nei tratti del volto e nella espressività dei movimenti. I suoi racconti sono razionali, le emozioni e gli affetti vengono tenuti a debita distanza. Con l’approfondirsi del rapporto terapeutico Anna inizia ad aprirsi e ad avvicinarsi gradualmente al suo mondo emozionale più nascosto.

Rileggiamo insieme la sua infanzia, fino ad ora considerata felice, e  Anna  prende coscienza di situazioni e momenti che sono stati per lei motivo di sofferenza. Fra questi: il ritorno al lavoro della mamma al compimento del suo primo anno di vita con l’affidamento ad una parente già madre di due bambini ancora piccoli; la nascita della sorella in coincidenza dell’inizio della scuola materna; la lunga vacanza estiva senza la mamma; il trasferimento dell’abitazione. Questi eventi le hanno lasciato vissuti abbandonici con tutte le emozioni conseguenti. Anna sente che  questi vissuti sono ancora presenti in lei e ne condizionano gli affetti, le emozioni e i pensieri.

Mi parla di  Carlo, il primo ragazzo di cui si innamorò e con il quale ebbe una intensa relazione. Anna e Carlo fecero progetti importanti (matrimonio e figli) ma la relazione si interruppe con la morte prematura di lui, avvenuta nell’arco di 8 mesi dalla scoperta di un melanoma.

Anna si rende conto di non aver elaborato completamente il lutto per la morte di Carlo e comprende che su Giorgio ha riversato tutte le aspettative e i desideri drasticamente interrotti con la prima relazione. Nel corso del tempo Anna capisce che quella con Giorgio non potrà mai essere una relazione così come lei la vorrebbe: ciò non solo perché Giorgio è sposato con un'altra donna, ma anche perché si sente sempre più lontana da lui, anzi forse non c’è mai stata una vera complicità, come quella avuta con Carlo. Nella relazione con Giorgio lei non ha mai chiesto, non ha mai espresso i propri bisogni e desideri, si è sempre adattata a lui in un rapporto che le fa sempre meno bene. Di questa consapevolezza Anna ha preso coscienza nel tempo. Ciò nonostante non riesce ad interrompere la relazione.

 

In questo contesto emotivo propongo ad Anna lo scarabocchio che accetta volentieri; oltretutto da qualche tempo  sta ricercando stimoli nuovi che le permettano di esprimere  meglio altri aspetti di Sé come  il teatro, la pittura e l’arte in generale. La proposta suscita il suo interesse.

 

Questi gli scarabocchi in ordine di esecuzione

 

Scarabocchio n° 1

 

 

Scarabocchio n° 2

 

Scarabocchio n° 3

 

Come “Variazione” del metodo consueto utilizzo supporti lucidi per gli scarabocchi e, ad esecuzione avvenuta, chiedo ad Anna di sovrapporli come le viene più spontaneo ed esprimere liberamente ciò che vede e sente.

Anna si limita a nominare (pesce, perla, serpente, cuore, punto di domanda, persona rannicchiata) le immagini che vede in ogni singolo scarabocchio, senza commentare o descrivere ulteriormente i soggetti.

Al contrario Anna si sofferma a commentare l’immagine ricavata sovrapponendo i tre scarabocchi, a sua detta l’immagine che l’ha colpita di più (si veda il n° 1: con la sovrapposizione delle tre figure Anna aggiunge il sacco in rosso che racchiude parzialmente il pesce e la perla in precedenza citati).

Il commento di Anna agli scarabocchi in generale e all’immagine della sovrapposizione finale è il seguente:

“… é come se il pesce fosse molto interessato alla perla con l’intenzione di mangiarla perché chiusa nel sacco. Ma la perla ha una via di fuga, può decidere di uscire dal sacco o rimanerci.”

“… dal sacco potrebbe uscire o entrare un serpente che ha legato un cuore con due funzioni: cuore come un sonaglio per richiamare qualcuno o cuore per impedire ai sonagli di suonare.”

“…la persona del terzo scarabocchio si sta chiedendo quale scegliere fra le due opzioni.”

Con Anna riprenderemo spesso gli stimoli suggeriti dall’uso dello scarabocchio riconducendoli fondamentalmente a 2 livelli di lettura: il rapporto di Anna con Giorgio in tutte le sue sfumature; il processo di individuazione-identità ancora in atto.

Di seguito riporto alcuni stimoli che ci hanno permesso di approfondire tematiche “vedendole” emergere dallo scarabocchi ad un livello non tanto razionale-interpretativo ma più emotivo-visivo.

  • Emerge significativamente la dualità che ogni interpretazione di Anna propone “… la perla … può decidere di uscire dal sacco o rimanerci …; il serpente può entrare/uscire dal sacco … può richiamare qualcuno o allontanarlo …; la persona pensierosa si sta chiedendo cosa scegliere …”.Questa marcata dualità rimanda a parti di Anna non ancora integrate, in conflitto che generano in Anna confusione e la sensazione di essere in una situazione di stallo.
  • Il pesce (Giorgio) è interessato alla Perla (Anna) ma per mangiarla.
  • La Perla (Anna) può però decidere cosa fare di questo rapporto (uscire dal sacco o rimanerci).
  • Il Pesce è simbolo e desiderio di libertà tuttavia ricorda anche un feto ancora in evoluzione, una Anna che deve ancora nascere. Anche per questo il suo rapporto con Giorgio non è maturo ma è l’unico rapporto per lei possibile. In questo rapporto Anna non è individuata quindi non chiede, non esprime la propria individualità, si limita ad accettare passivamente la volontà di Giorgio. Anna ha sempre represso la propria rabbia lasciando prevalere, nei suoi rapporti, il desiderio di compiacere, a discapito della sua parte più attiva ed energica nonché necessaria per esprimere in modo pieno i propri desideri e la propria identità.
  • Il Serpente (Giorgio nel primo livello, la Mamma nell’altro) avvolge e protegge tra le sue spire come se Anna fosse alla ricerca di un uomo-mamma ma al contempo il Serpente offre una protezione pericolosa, soffocante. Sia il rapporto con Giorgio che quello con la madre non aiutano Anna nell’evoluzione della sua individualità.
  • L’Io di Anna è ancora rannicchiato (Scrbc 3) nell’alveo materno con tutte le ambiguità derivanti da questa posizione ancora primitiva, permane il mito dell’infanzia felice perché permane il nido amniotico.
  • L’immagine del sonaglio/cuore che attira/respinge riporta ad un problema di fiducia: “non posso fidarmi di questo contenitore perché il contenitore è anche pericoloso”. Da questa dinamica può derivare la scarsa autostima di Anna e la poca fiducia nelle proprie capacità con i conseguenti problemi nei rapporti con i colleghi e nelle persone in generale.
  • Nel rapporto terapeutico sembra che Anna chieda alla terapeuta/madre di farla nascere, assegnandole il ruolo di ostetrica che può metterla al mondo solo se riconosce la preziosità e il valore di Anna/perla.

 

L‘uso dello scarabocchio ha permesso ad Anna di “vedere” più chiaramente in lei. Dopo qualche tempo Anna mi comunica cha ha lasciato Giorgio, “ho sempre sperato che la situazione cambiasse a mio favore, ho aspettato che lui cambiasse ma mi sono resa conto che io devo decidere della mia vita, che io mi sono messa in questo rapporto perché era l’unico possibile per me, e che io ora ho la capacità di cambiarlo ...“.

Il caso di F.
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

 

 

“Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico”

 

MAURO AMBROSINI

psicologo - psicoterapeuta

   

“Mi sono convinto che molto di ciò che accade in terapia,
spesso la cosa più importante non è verbale,
ma è sempre fuori dalla portata delle parole”

Michael Eigen

  

Il caso clinico

 

Ho utilizzato lo scarabocchio con un paziente di 16 anni, F., in difficoltà a definirsi e a raccontarsi. La storia passata di questo ragazzo è stata connotata da abusi e violenze nell’infanzia, dalla successiva adozione all’età di 5 anni, dal manifestare comportamenti erotizzati lungo tutta la sua fanciullezza e dall’incontro, per tali motivi, di diversi psicologi e psicoterapeuti. Io sono l’ultimo che ha incontrato.

Attualmente presenta un disturbo di personalità importante. La sua identità ha maturato al suo interno una parte scissa che continua a ripetere in maniera ossessivo-compulsava il trauma: è una parte nella quale il linguaggio della sessualità infantile, caratterizzato dalla tenerezza, è confuso con quello erotizzato tipico della sessualità adulta. Presenta stati ansiosi e depressivi a causa dei quali mette in atto comportamenti di ricerca di rapporti sessuali con adulti allo scopo di lenire tali stai affettivi intensi. Inoltre utilizza meccanismi di negazione della realtà (bugie, “Io sto bene e non ho problemi”) e di proiezione (“gli altri hanno problemi...ce l’hanno con me) come difesa dalla parte scissa della sua personalità, impedendo così una sua integrazione strutturale all’interno di un nucleo di identità unico e stabile.

F. nel primo scarabocchio (fig.1) rappresenta “un’immagine senza significato che simboleggia qualcosa di sconosciuto”

 sca1

Fig.1

 

Nel secondo scarabocchio (fig.2)  scrive: “Una testa con un viso dall’umore di una persona delusa…sembra che in testa abbia una certa confusione”.

 sca2

Fig.2

 

 Infine nel terso scarabocchio (fig.3) individua “un volto molto arrabbiato”

 sca3

Fig.3

 

F. poi ha costruito la seguente storia:

“Questa non rappresenta un’immagine precisa, è un’immagine confusa, non ha senso…eppure …prima o poi, guardandola per tanto tempo avrà un significato. Però non saperlo delude e porta alla rabbia…Non sapere qualcosa di cui si ha in mente però non si è certi…e…non si capirà finché questo casino qui dentro non si calmerà.”

Grazie allo scarabocchio è stato possibile per F. trovare delle immagini per raccontare la sua identità. Si sente confuso su chi è, sente che dentro di sé non c’è chiarezza, c’è “casino”. La sua identità non è definita. Vedendo i tre scarabocchi sembra di vedere la sua esperienza: nel primo c’è la sua infanzia in cui, a causa degli abusi e delle violenze il sé si è rotto in tanti pezzi; nel secondo c’è una testa con in testa, sembra, un’altra testa che contiene molti grovigli confusi, come lui ora è, cioè, è cresciuto definendosi nella nuova famiglia come ragazzo compiacente, ma con all’interno una parte scissa di sé, quindi non integrata, che ha a che fare con i suoi comportamenti erotizzati impulsivi; nel terzo ecco che compare la sua estrema rabbia per quanto di caotico e non conosciuto c’è dentro di sé.

Con questa lettura dello scarabocchio è stato possibile, con un paziente reticente a parlare di sé, andare a cogliere quelle prime sensazioni traumatiche che hanno lasciato una traccia nella sua identità. Inoltre il paziente si è molto attivato in seguito a questo scarabocchio, portando nelle sedute successive un nuovo modo di pensare a sé con me.

©2019 Newscribble. All Rights Reserved.

Search